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La Sostenibilità del cibo.

Ieri al Seminario Eurisko “Gli Italiani e il cibo. Di meno, di più, meglio” sono stati forniti molti dati e qualche interessante considerazione. Queste sono quelle che mi sono portato a casa.

Il Italia la parola Sostenibilità ha ancora una connotazione fortemente ambientalista (84%) e solo in parte anche sociale (64%).

Gli italiani che fanno della Sostenibilità un fattore decisionale di acquisto sono il 30/35% circa.

La parola Sostenibilità, quando si parla di food, è sinonimo di Salute, Trasparenza, Economia, Territorio, Cultura e Solidarietà.

Il giudizio sulla comunicazione delle aziende, quando si parla di food nei termini di cui sopra è piuttosto negativo per il 46%.

Questi 4 punti, che già dicono molto e pongono molte domande, si inseriscono naturalmente in un contesto food molto ampio perché, come è stato più volte sottolineato, il cibo, oggi forse ancora più che in passato, è un ipertesto con tante storie da raccontare e tanti insight da intercettare.

in particolare il rapporto con il cibo riflette e spesso anticipa i cambiamenti sociali, pensiamo a come venga influenzato dallo sviluppo del lavoro femminile, dalla mobilità urbana e extraurbana, dalla tecnologia e dalla domanda di Sostenibilità.

Il cibo richiede sempre più di essere “commestibile anche dal punto di vista culturale”, “buono da pensare prima ancora che buono da mangiare”.

Non ci basta più il cosa, ci nutriamo anche del come. Ogni decisione d’acquisto e di consumo, non solo nel food evidentemente, dice qualcosa dell’individuo, quindi la crescente domando di etica e Sostenibilità, il dove e come un prodotto è fatto, diventa un elemento importante nella decisione d’acquisto (considered consumption).

E qui torniamo ai dati riportati all’inizio e che si integrano con quanto emerso dal recente Forum on Food and Nutrition organizzato da Barilla. Se ve lo siete perso la lettura di questo post di Alessandra Farabegoli vi darà una sintesi perfetta.

Ora una riflessione. E’ ormai da 4/5 anni che sento ripetere gli stessi numeri e le stesse considerazioni. Sembra evidente a tutti che la Sostenibilità è un driver d’innovazione strategico perchè risponde al quella domanda di benessere e di qualità della vita che sta trasformando radicalmente il rapporto con il consumo. Ce ne accorgeremo forse meglio quando questa crisi maledetta sarà solo un – triste – ricordo.

Ma è chiaro per tutti anche che la Sostenibilità non riesce, in Italia, a diventare agenda politica, strategia aziendale, attitudine sociale diffusa. Forse è questo il tema che gli istituti di ricerca e i vari forum che periodicamente lanciano l’allarme dovrebbero investigare. Quale è il vero freno ad uno sviluppo sostenibile in Italia? La mancanza di volontà politica? Probabile. L’incapacità delle aziende di guardare al futuro con visione? In molti casi direi di si. Il disinteresse delle persone verso le nuove generazioni? Gli esempi non mancano.

Molta letteratura americana e inglese sul tema fa spesso riferimento al fatto che la sfida, in termini culturali, quindi lato comunicazione e formazione, è quella di rendere sexy la Sostenibilità. Renderla eccitante, desiderabile, gratificante. Forse a noi manca proprio questo, la capacità e la volontà di sognare un mondo diverso, una qualità della vita migliore, abbiamo perso la capacità di desiderare. La Sostenibilità è vissuta come sacrificio, rinuncia, impoverimento, fatica. Come invertire la rotta? Non vedo la politica dare un contributo, la politica è, essa stessa, la cosa meno sexy che si può trovare in giro. Vedo però inedite alleanze tra aziende e persone per riscrivere il rapporto tra produzione e consumo. Vedo anche il tempo che passa in fretta e ne resta sempre meno.

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